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L'organizzazione delle altezze

nello Studio per pianoforte n. 3

di T. Hosokawa

 

© Fabio Grasso, 2023

 

 

PANORAMICA

ANALISI DELLE ALTEZZE

ASCOLTO

 

 

 

 

PANORAMICA

 

La produzione del compositore giapponese Toshio Hosokawa (1955) poggia su basi concettuali profondamente radicate nelle tradizioni culturali della sua terra d'origine.

La formazione tecnico-compositiva di stampo europeo fa sì che la sua opera venga considerata come un interessante momento di fusione fra il pensiero orientale e quello occidentale.

 

L'estetica del vuoto informa di sé vasti settori dell'arte giapponese, incidendo in primis sull'ambito figurativo-visuale. La sapiente cura dei vuoti ne esalta la natura di dilatati spazi vitali funzionali alla prorompente emersione di pieni luminosamente stagliati nelle loro apparizioni tanto rarefatte quanto impattanti. Su tale contrasto dialettico vivono ad esempio le calligrafie, da cui Hosokawa trae dichiaratamente ispirazione per il terzo dei Sei Studi per pianoforte, completati nel 2013, una delle incarnazioni musicali più efficaci di quell'opposizione polare.

Il vuoto in musica è ovviamente rappresentato dal silenzio; ma più specificamente in questo breve brano il vuoto è la risonanza lieve e prolungata che col silenzio confina, frutto del protrarsi di note singole che sopravvivono all'estinzione immediata di forti accordi staccati, o di armonici fatti vibrare tramite l'abbassamento muto di determinati tasti, combinato con i violenti sforzati e le sferzanti figurazioni che erompono ad effimero riempimento dello spazio sonoro, come lampi nelle tenebre.

La lunghezza delle tenui risonanze è accuratamente indicata da corone di diverso tipo, vale a dire normali, lunghe e brevi, ulteriormente diversificate dal raddoppio di alcune di esse. La libertà di prolungamento è maggiore nella prima delle due macrosezioni del brano, mentre tende a ridursi nella seconda parte, caratterizzata da una velocità metronomica leggermente più alta e da un conteggio più rigoroso su fermate meno lunghe, anche nel contesto di una metrica più variata: se delle 16 battute della prima parte solo la 10 abbandona il 3/8 di base riducendolo a 2/8, le 14 battute della seconda parte alternano frequentemente il metro ternario con quello binario (o quaternario in un unico caso), secondo la seguente successione, da b. 17 a b.30:

3-2 / 3-2 / 3-3 / 3-2 / 3-4 / 3-3 / 2-3

 

Ragionando per coppie di battute si può notare come l'oscillazione delle durate fra i valori 5 e 7 possa in qualche modo ricordare lo schema sillabico 5-7-5 tipico dell'haiku, il componimento poetico tradizionale giapponese che Hosokawa cita esplicitamente, insieme alla calligrafia, nel sottotitolo del brano, che senza dubbio dell'haiku riproduce anche l'essenzialità e l'estrema concisione aforistica.

Un buon motivo per considerare le battute a due a due ci viene fornito dalla diversità di funzione assegnata alle battute con numero dispari e a quelle con numero pari: di norma il pieno sonoro cade sulla battuta dispari, di cui quasi sempre occupa solo il primo tempo, mentre la battuta pari è dedicata al respiro del vuoto, tutt'al più scandito da una propaggine che sulla risonanza dell'evento precedente ne costituisce un'eco o un'estensione operante da collegamento al pieno successivo (si vedano ad esempio le b. 8 e 12).

Una prima eccezione a questo tipo di fraseggio si riscontra a b. 14, con l'anticipo dell'ultimo pieno della prima parte (il cluster della mano destra), probabilmente dovuta all'esigenza di un vuoto più lungo (b. 15-16) a conclusione della sezione - è su questo riverbero che si innesta l'unica nota del brano da suonare con dinamica pianissimo.

L'ordine di fraseggio si inverte completamente da battuta 26, l'unica in 4/8: è come se la comparsa della misura quaternaria generasse uno scompenso inatteso che ha come ripercussione il rovesciamento della funzione fraseologica delle battute restanti, nonché quello dell'alternanza dispari - pari sulle ultime due battute - 29 e 30 costituiscono infatti l'unica coppia metricamente eterogenea in cui la misura binaria precede la ternaria (2/8 per la b. 29, 3/8 per la 30). Così la seconda parte si chiude in modo analogo alla prima, con l'ultimo pieno sulla terzultima battuta, e la risonanza finale ad occupare le ultime due.

 

Abbiamo fin qui delineato sommariamente l'impianto metrico-formale in rapporto alla dialettica pieno-vuoto, considerando quindi in qualche modo la "componente orientale" del pezzo. Risulta ben chiaro che si tratta di una contestualizzazione a grandissime linee, ben lontana da una disamina esaustiva del background culturale di riferimento, cosa che peraltro non è affatto l'obiettivo di questo scritto. Rimandiamo volentieri, per una trattazione specialistica di questo aspetto, agli atti di un convegno organizzato sul tema dal Conservatorio B. Marcello e dall'Università Ca' Foscari di Venezia, pubblicati nel 2022, e comprensivi fra l'altro di uno specifico approfondimento sul terzo Studio a cura della pianista e compositrice Letizia Michielon

Il volume è liberamente scaricabile a QUESTO LINK

 

 

 

ANALISI DELLE ALTEZZE

 

Ciò che interessa qui analizzare più in dettaglio è l'impianto delle altezze, di matrice decisamente occidentale, costruito su una logica essenzialmente dodecafonica ben collaudata dai compositori europei eredi della Scuola di Vienna, e qui rivisitata con un'impronta personale.

È ben noto che nell'arco del secondo Novecento la rigida impostazione seriale della dodecafonia viennese è affiancata o talora superata da approcci diversi, in alcuni casi perfino più stringenti, ma in molte circostanze tendenzialmente più flessibili; fra questi ultimi spicca senz'altro l'introduzione delle libere permutazioni delle note all'interno dei blocchi dodecafonici (dodecafonia non seriale), che trova ad esempio una delle prime e più sistematiche applicazioni nel Klavierstück I di Stockhausen.

Hosokawa si riallaccia qui a questo filone, non senza una certa raffinata ambiguità, capace di suscitare interrogativi ai quali pare di poter dare risposte semplici, che però in realtà necessitano sempre della precisazione di alcune sfumature.

 

Prima di mostrare esempi musicali concreti proviamo a tratteggiare alcune linee guida generali dell'analisi.

Innanzitutto, come già detto, è innegabile che l'impianto delle altezze sia sostanzialmente dodecafonico, ma è significativo che uno solo dei 6 blocchi di cui è costituito il materiale può essere definito ordinariamente dodecafonico, cioè comprensivo di 12 note senza alcuna ripetizione - si tratta del blocco 3, la cui ultima nota è peraltro coincidente con la prima del blocco successivo, come da consolidata prassi viennese.

Uno solo degli altri blocchi (il n. 1) è difettivo, nel senso che contiene 11 suoni, con omissione del Mi bemolle compensata dalla reiterazione del Mi.

Vi sono poi tre blocchi ampliati (n. 2, 4, 5), che in aggiunta ai 12 suoni presentano la ripetizione di uno di essi, in due casi in coda al blocco, nell'altro caso al suo interno.

L'ultimo blocco ha un'articolazione ben più complessa, nella quale possiamo scorgere una sorta di compendio delle caratteristiche dei blocchi precedenti.

Apprestandoci ad indagare sui criteri che possono essere alla base tali variegature della dodecafonia canonica, possiamo chiederci se e fino a che punto i confini di questi blocchi coincidono col sezionamento formale del pezzo: la risposta è affermativa per quanto riguarda i blocchi 1-2-5-6, ma non per i blocchi 3-4, sfasati rispetto ai segmenti in cui sono collocati. Possiamo così riassumere la disposizione dei blocchi rispetto allo schema formale:

 

PRIMA PARTE

- Segmento 1, b. 1-4 = Blocco 1

- Segmento 2, b. 5-8 = Blocco 2 + frammento iniziale del 3 (in parte comune al 2)

- Segmento 3, b. 9-12 = Blocco 3 e parte del 4

- Segmento 4, b. 13-16 = Parte terminale del Blocco 4 e cluster estraneo ai blocchi

 

SECONDA PARTE

Segmento 1, b. 17-20 = Blocco 5

Segmento 2, b. 21-30 = Blocco 6

 

Qualora poi ci si domandasse se il brano è seriale o meno, un esame tradizionale delle sequenze di note imporrebbe una risposta decisamente negativa, giacché per gran parte dello Studio non vi è ombra di successioni dodecafoniche ordinate ricorrenti, in un ambiente a forte connotazione permutativa.

Suggeriamo però di osservare le due figurazioni consecutive alle battute 23-25, una quintina e una settimina: oltre che per il summenzionato significato dei numeri 5 e 7 in relazione all'haiku, questo passaggio sembrerebbe cruciale per un ben più elementare motivo, vale a dire la somma 5+7=12, coi due gruppi che qui espongono un totale dodecafonico pulito, senza omissioni o ripetizioni. Siamo qui all'interno del Blocco 6, che come vedremo in dettaglio più avanti è parcellizzato in varie enunciazioni parziali affiancate a quella completa costituita dalla quintina e dalla settimina. L'ordine dei suoni di tale enunciazione completa viene rispettato nelle parziali successive, e già in qualche modo preconizzato dalla parziale precedente. Potremmo quindi asserire che in questa sezione finale del brano si assiste ad una serializzazione del materiale dodecafonico; per di più l'enfasi metrico-ritmica con cui questa "serie" viene proposta ci può indurre ad attribuirle una centralità di ruolo, un'identità di fulcro generatore dell'intero tessuto armonico dello Studio. D'altra parte il posizionamento di un nucleo dodecafonico originante non già all'inizio di una composizione bensì in uno snodo strutturale della sua porzione conclusiva non costituirebbe certo una novità; in ambito pianistico il pensiero non può che correre immediatamente alle Variazioni op. 27 di Webern, in cui la serie originale compare per la prima volta, scoperta nella sua scheletrica evidenza, solo all'inizio dell'ultimo movimento - si veda in proposito, all'interno di questo sito, il SAGGIO MULTIMEDIALE dedicato al trttico pianistico weberniano.

 

Osserviamo dunque questa possibile fonte originaria del materiale:

 

Figura 0

 

I 12 suoni sono chiaramente divisi in 4 tricordi di due diversi tipi:

- Tricordo di tipo A (suoni 1-2-3, 4-5-6, 10-11-12), i cui suoni estremi sono a distanza di quinta giusta, e il cui suono centrale si trova un semitono sotto l'estremo superiore.

- Tricordo di tipo B (suoni 7-8-9), i cui suoni sono tutti a distanza di un tono l'uno dall'altro.

 

Questi tricordi costituiscono le cellule base del tessuto armonico generale, e questa loro successione AABA ricorre con notevole frequenza nei vari blocchi.

Si potrebbe dunque parlare di una tendenza alla serialità non per singole note ma per cellule, con diversificazioni morfologiche delle cellule stesse, con trasposizioni variabili all'interno dello stesso blocco, e con libere permutazioni delle note all'interno delle cellule - fra l'altro trattandosi spesso di accordi i criteri permutativi sono spesso tanto indeterminabili quanto irrilevanti.

 

Vediamo ora in dettaglio come vengono utilizzati le cellule-tricordo, blocco per blocco.

Premettiamo subito che la nota centrale di un tricordo A può essere collocata un semitono sotto l'estremo superiore, come nella serie generatrice, e in tal caso parleremo di tricordo di tipo A-S; ma essa può anche trovarsi un semitono sopra l'estremo inferiore, circostanza per la quale useremo l'indicazione A-I.

Ecco quanto succede nel primo blocco:

 

Figura 1

 

Un'anomalia appare immediatamente evidente: il secondo tricordo A è variato (Av) per via della sostituzione del Mi bemolle con il Mi naturale (si noti che in questi esempi le note reiterate, come in questo caso il Mi, vengono indicate da una punta di freccia rivolta verso il basso in caso di blocco difettivo, oppure da una doppia punta in caso di blocco ampliato). Questa sostituzione dà origine a un tricordo A morfologicamente modificato, la cui estensione complessiva è una quarta giusta anziché una quinta giusta, in questo caso Mi-La, col Sol diesis come nota centrale, un semitono sotto l'estremo superiore; indicando quindi con A_ il tricordo modificato avremo in questo caso A_-S. Facciamo notare che questo tipo di tricordo alterato si riscontra solo due volte, una nel Blocco 1 e una nel Blocco 5.

 

Per capire la ragione della soppressione del Mi bemolle, analizziamo il Blocco 2:

 

Figura 2

 

Ancora una volta il Mi bemolle sembra non arrivare, mentre qui è il La ad essere reiterato. Ma a differenza del Blocco 1, in cui le note risonanti fanno parte dei due esacordi sforzati (La - Si bemolle), nel Blocco 2 le note risonanti sono percosse al di fuori degli sforzati, rispettivamente un pentacordo e un esacordo. Di conseguenza serve un tredicesimo suono per dar luogo alla seconda risonanza, e qui entra finalmente in scena il Mi bemolle, che esplode nel registro acuto fin qui non ancora raggiunto (b. 7), quasi a compensazione del ritardo della sua apparizione.

Da questo exploit sonoro sembra scaturire, come diretta conseguenza, la nuova cellula C, in cui un bicordo di seconda minore procede, come un conseguente accrescitivo e rafforzativo, dalla nota singola d'origine - in questo caso Mi bemolle, su cui viene costruito il bicordo Mi bemolle - Fa bemolle.

Il Mi bemolle è inoltre nota comune fra due blocchi, in quanto completa il Blocco 2 e apre il Blocco 3 (per questo appare riquadrato sia nell'uno che nell'altro esempio). La formula costruttiva di C prevede che la nota singola di base venga ribattuta nel bicordo di seconda minore, cosa che soprattutto in questo caso contribuisce a sottolineare ulterioremente un suono che era stato finora per così dire trascurato.

 

Figura 3

 

La cellula C in apertura del Blocco 3 si innesta su una cellula-tricordo A-I, di cui costituisce una componente parziale. Incontreremo altre due cellule C, che a differenza di queste saranno indipendenti, cioè non facenti parte di una cellula A.

Anche il Blocco 3, dodecafonico standard, condivide la sua ultima nota (Do) col successivo Blocco 4; come si è già accennato i due blocchi sono strettamente concatenati in un'unica figurazione, la più lunga del brano (b. 11).

 

Figura 4

 

Il ripido disegno melodico che occupa l'intera b. 11 utiliza dunque le ultime 5 note del Blocco 3 e le prime 8 del Blocco 4 - tenuto conto che il Do è in comune anche in questo caso si può intravedere un accostamento 5+7.

Il La di partenza è il tasto più grave del pianoforte, mentre il Fa diesis di arrivo è il suono più acuto del pezzo. Si tratta dunque di un'amplissima escursione che, raggiunto il culmine, pare necessitare di una nuova enfatizzazione, garantita dall'inserzione di una cellula C fondata sul Fa diesis; di qui l'esigenza di sovrapporre il Sol (nota reiterata del blocco) nella formazione del bicordo di seconda minore.

A questo punto per completare il Blocco 4 restano 4 note, Sol diesis, La, Re, Mi bemolle, che, non certo per una casualità, rispecchiano i rapporti intervallari di quelle che precedono l'apice Fa diesis, vale a dire Mi, Fa, Si e Si bemolle. Entrambi gli aggregati sono contenibili in una quinta giusta, come il tricordo A, ma le note intermedie sono due, una un semitono sopra l'estremo inferiore, l'altra un semitono sotto l'estremo superiore. Si tratta di una fusione fra le tipologie A-I e A-S, motivo per cui indichiamo questa cellula quadricordo con la dicitura A-IS.

Dopo la parentesi del terzo segmento, in cui gli accordi puntiformi si sciolgono in figure orizzontali, il quarto segmento della prima parte ridiviene accordale.

La cellula A-IS che chiude il Blocco 4 forma il primo accordo del segmento 4 (b. 13), il quale si completa, per così dire, con un totale dodecafonico simultaneo, il cluster cromatico Reb - Do, che in quanto tale non è definibile come blocco, dato che i blocchi sono costituiti da cellule ben distinte.

Occorre rimarcare la particolarità di questo cluster che si svuota progressivamente, con la mano che rilascia gradualmente le note dal basso verso l'alto, fino a tenere solo La, Si bemolle e Do, quest'ultimo poi risuonato da solo in pianissimo. Viene così inscenata una speciale dissolvenza di una delle manifestazioni emblematiche del pieno, il cluster, che anziché assottigliarsi istantaneamente, come tutti gli accordi precedenti e successivi, scivola nel vuoto lentamente; anche l'artificio grafico utilizzato per indicare tale effetto è di notevole efficacia visiva (l'immagine riportata all'inizio di questa pagina riproduce proprio la riga che contiene il cluster).

Quanto sia importante per questo finale di prima parte la cura del rapporto del suono col silenzio lo testimonia anche l'improvviso incremento delle note mute nel registro grave. Dopo il primo impiego a b. 5 (Fa diesis muto singolo) qui viene abbassato un cluster cromatico dell'ampiezza di tritono, che va dal La più grave della tastiera al Mi bemolle, il quale poi, dopo un rilascio graduale simile a quello effettuato dalla mano destra, resta l'unico tasto premuto a generare una risonanza sempre più flebile. I quattro suoni residui che si protraggono con diverse modalità sulle battute di chiusura della prima parte sono dunque il Do, in quanto nota più acuta del cluster dodecafonico, poi il La e il Si bemolle che formano un ideale tricordo A-S col Mi bemolle grave muto tenuto dalla mano sinistra. Si delinea così la parabola del Mi bemolle, inizialmente soppresso, dunque confinato nel silenzio effettivo, poi evidenziato in modo eclatante, e ora proiettato con un ruolo di rilievo nel campo delle sonorità latenti e spettrali degli armonici.

 

Il primo segmento della seconda parte si propone come esplicita ripresa dell'incipit. Le prime due cellule del Blocco 5 sono evidentemente collegabili a quelle del Blocco 1, dalle quali possono essere derivate attraverso una semplice manipolazione. L'ordine complessivo delle cellule ricalca fedelmente quello dei Blocchi 1 e 2; perfino il profilo melodico semitonale delle note tenute (Si - Do) è costruito in modo da riprodurre quello del Blocco 1 (La - Si bemolle), e a questo scopo il Do viene replicato come tredicesimo suono, apparentemente estraneo alle cellule A e B, ma tutto sommato passibile di essere posto in relazione alle note Re bemolle e Fa, con le quali formerebbe a sua volta un tricordo di tipo A_-I, una sorta di corrispettivo simmetrico e complementare all'unico altro tricordo di questo tipo, inserito in apertura del Blocco 1. Se a qualcuno quest'ultima argomentazione dovesse sembrare alquanto speciosa, vorremmo ricordare l'importanza che nel pensiero compositivo occidentale ha rivestito il gioco dei pesi e dei contrappesi, l'attenzione talora al limite del maniacale che certi autori, da Brahms a Ligeti, hanno rivolto ai fattori compensativi, sì da fare in modo che qualunque evento sporadico trovi giustificazione in un evento controbilanciante, anche temporalmente lontano.

 

Figura 5

 

Anche il secondo e ultimo segmento della seconda parte sembra voler seguire il solco del suo corrispettivo della prima parte, ma l'avvento delle due figurazioni già descritte precedentemente, la quintina e la settimina di b. 23-25, gli fanno prendere una direzione diversa. Questa ultima sottosezione dello Studio è una ricapitolazione riassuntiva di quanto avviene nella prima parte da b. 5 a b. 16: il pieno sonoro di b. 21 sintetizza tutto il secondo segmento della prima parte, la quintina di b. 23 si richiama a quella di b. 9, la successiva settimina e l'arpeggio ascendente di b. 26 riflettono la spigolosa movimentazione di b. 11; infine la cellula C variata che a partire dal Si di arrivo dell'arpeggio duplica specularmente il bicordo di seconda minore trasformandolo in un tricordo-cluster La diesis - Si - Do ricorda per l'appunto il cluster di b. 14, e come quest'ultimo viene dotato di una propaggine che anziché farne riecheggiare la nota più acuta sale ulteriormente di semitono, andando ad insistere sulla ripercussione violenta di un Do diesis che sembra voler concludere il brano con un urlo solitario, straniato ed inascoltato.

La dilatazione temporale di questo C consente l'inserzione, prima del Do diesis, dell'ultimo accordo staccato con risonanza, da porre in relazione con quello di b. 13. Ci pare doveroso far notare che il Sol percosso all'interno di questo esacordo è quello del primo rigo della chiave di basso, mentre, contrariamente a quanto scritto in partitura (Schott Music Tokyo) in modo evidentemente erroneo, il Sol muto che genera la risonanza è quello all'ottava sotto - inutile negare che l'uso insolitamente massiccio della chiave di basso con la trasposizione all'ottava inferiore può facilmente provocare questo genere di refuso; di certo non avrebbe alcun senso chiedere di ribattere fortissimo un tasto che in quel momento è già abbassato, e quand'anche ci si volesse intestardire a farlo con l'ausilio del terzo pedale (in questo pezzo peraltro mai richiesto) il risultato sarebbe in lampante contrasto con la logica di questo passaggio, oltre che con la logica tout court, e con le linee generali dell'effettistica dello Studio; del resto l'incisione presumibilmente effettuata sotto il diretto controllo del compositore conferma la scontata necessità di questa correzione.

Al di là di queste inezie, giova invece sottolineare come l'utilizzo delle note mute riveli una particolare raffinatezza proprio in concomitanza con le due figure cardine della seconda parte (quintina + settimina); l'abbassamento e il rilascio dei tasti segue una ritmica indicata con precisione estrema, e il Mi bemolle gioca anche qui un ruolo di notevole centralità.

 

In questo segmento finale il Blocco 6, come già accennato, appare ramificato in un'esposizione multipla. Il totale dodecafonico serializzato (6Ts) è preceduto da un'enunciazione parziale (6P) così schematizzabile:

 

Figura 6

 

Esso è poi seguito da due enunciazioni parziali serializzate (6Ps, la serializzazione della seconda è solo presunta, dato che le sei note sono suonate simultaneamente), intersecate con la cellula Cv.

 

Figura 6

 

 

Concludiamo questo scritto con due considerazioni di carattere generale.

L'analisi che abbiamo proposto, come tutte quelle presenti in questo sito, si basa esclusivamente sull'esame della partitura, prescindendo dalla consultazione di altri tipi di documento: fatta salva l'indispensabile contestualizzazione culturale del pensiero dell'autore, non si ritiene affatto indispensabile vincolare un'analisi tecnico-compositiva a quanto il suddetto autore può aver dichiarato o scritto, o essere stato portato a pensare dalle proprio percorso biografico, anche eventualmente in merito allo specifico pezzo di cui ci si sta occupando. Non sposta minimamente questa opinione il fatto che il compositore sia vivente e che potrebbe, in linea puramente teorica, anche smentire personalmente un'idea di analisi difforme dalla propria (ma non c'è da dubitare che abbia di meglio da fare). La partitura di un brano di valore si esprime di per se stessa, non necessita di portavoce, e per quanto possa sembrare paradossale può suggerire anche cose diverse da quelle pensate dal suo autore. Una lettura della partitura basata su una logica plausibile e in sintonia con lo spirito del brano ha una legittimità automaticamente garantita, In fondo il compito dell'interprete, sia a livello esecutivo che analitico, è quello di far risaltare e sottoporre ad un'adeguata esegesi tutti gli elementi, con le rispettive correlazioni, che possono rivestire un qualche interesse, compresi quelli a cui il compositore può aver attribuito minor rilievo o valutazioni anche notevolmente differenti.

La seconda riflessione è relativa all'attualità della dodecafonia in quanto ambito ancora suscettibile di rivisitazioni originali. La concezione egualitaria e anti-gerarchica da cui questa tecnica scaturì un centinaio di anni fa non implicava certamente l'esclusione della ricerca di identità armoniche definite; sono stati semmai alcuni sviluppi successivi a muoversi in questa direzione. A un secolo di distanza si può affermare che quel terreno è ancora in grado di offrire spazi esplorabili dalla fantasia di compositori interessati a scoprire nuove vie verso la conciliazione del principio di onnicomprensività e della definizione di individualità armoniche saldamente ancorate alle coordinate teoriche di riferimento della musica occidentale. Chi oggi, inseguendo le facili mode propagatrici di banalità, sembra voler ridurre l'insieme di quelle esperienze ad antiquato e marginale cimelio, non di rado guardato pure con un certo fastidio, farebbe bene, al di là dei gusti personali, a riflettere seriamente sulla versatilità di un sistema che può ancora essere messo al servizio dei filoni di pensiero e degli spunti ispiratori più disparati (perfino di matrice culturale non occidentale, come crediamo di aver mostrato analizzando questo Studio), e magari, ogni tanto, a meditare sulla propria superficialità.

 

 

ASCOLTO

Toshio Hosokawa, Studio n. 3

Fabio Grasso, pianoforte. Si raccomanda l'uso delle cuffie.

 

 

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